lunedì 30 settembre 2013

Una lieve forma di depressione

Sono un po' depressa.
E non c'entra il tempo bigio, il ciclo ormonale o l'ultimo brufolo.
 
Mi sento a un punto morto.
Fatico soprattutto a sopportare il peso dell'ambiente di lavoro e il lavoro.
 
Più volte ho pensato che la presenza dell'omino barbuto mi servisse anche e soprattutto per sopportare questa pesantissima pena quotidiana, che non mi è mai piaciuta fino in fondo e che non mi ha mai interessata davvero.
 
Non so quanto mi interessi.
Ma so quanto mi pesi la routine.
Oggi, al pensiero della solita menata del lunedì, con milioni di aggiornamenti, mi sono appesantita come non mai. Mi sono resa conto che tiravo tardi. Che non ne volevo sapere di entrare al lavoro...
 
Devo ricomporre me stessa.
 
In questi giorni non interagisco granché con il barbuto, e mi sento meglio.
Ma una grande cappa di noia e pesantezza mi perseguita.
Mi sento... come un motorino senza benzina.
 
Mi sento depressa, stanca, tendente al mutismo e al silenzio.
E allo shopping.
E al cibo.
 
Che fare?
 
Ho bisogno di tornare a occuparmi di me.

Lingua biforcuta

Tanto, tanto tempo fa, ho cominciato ad "addomesticare" la mia terribile linguaccia a favore di una persona/personaggio diplomatico, equilibrato, gentile ed educato, molto a modo.
 
Ho lavorato molto su questo punto, con evidente successo.
Forse troppo, perchè mi sono resa conto di dare spesso un'idea diversa dalla realtà.
A chi non mi conosce bene. Ovvero quasi tutto il resto del mondo con pochissime eccezioni.
 
Venerdì m'è scappata la lingua.
 
Già ambivo a prendermi il mio treno e poi a recarmi al supermercato, risparmiando così quella mezza giornata del sabato. Sulla scala mobile vengo "placccata" dall'assicuratore, che mi deve dare la quietanza di pagamento della polizza sulla casa. Per farla breve, mi fa perdere il treno per attendere la di lui moglie. Non capisco tutte queste cerimonie per firmare due fogli. Cerco, con la solita estrema educazione, di spingerlo a cacciare i due fogli, ma la minaccia mi convince a fermarmi :- Se hai fretta passo io domani pomeriggio a casa tua.-. Ahhh, orrore! Devo fare i mestieri....
 
Attendo sul binario facendomi affumicare e aspettando la sospettosa moglie (lo sarei anch'io, mi ha fatto atrocemente il filo per un sacco di tempo). Quando lei scopre che sono una cliente si tranquillizza. Come sempre mi sento in dovere di fare conversazione e quindi parlo, intrattengo, interagisco.
Io vorrei soltanto, al venerdì pomeriggio, farmi i fatti miei.
E le vacanze e qui e là....
E che palle, Santo Cielo.
 
Finchè, per la mia gioia suprema, non ci blocchiamo per strada.
Passaggio a livello guasto e mezz'ora di ritardo. Spesa addio, e mi trovo con i miei interessantissimi compagni di viaggio che, cogliendo la palla al balzo, cercano di rifilarmi, con somma grazia, un tizio.

- Ma tu sei impegnata?- mi chiedono a bruciapelo.
E altrettanto a bruciapelo rispondo: - Certo.-.

Dev'essere stata la mia espressione di supremo allarme e prevenzione fatta persona a far continuare imperterrito il suddetto.
 
- Ah, conosco proprio la persona giusta per te. Conoscendo il tuo carattere è proprio perfetto. A te che sei così precisa (sottolineato venti volte) andrebbe bene un collega di Grazia.-.
 
Modo fantastico per presentare questo soggetto.
Ma continuiamo, e ricordiamoci che si tratta di un venditore, particolare che può meglio far apprezzare la delicatezza nel proporre la "preda".
 
- Guarda è napoletano verace, separato - ma senza figli, eh...- (lì la mia faccia dev'essere stata una maschera di terrore) vive a Mortara.

Cerco in tutti i modi di deviare il discorso, di spostarlo, di involverlo, di depistare il nostro cupido d'assalto, ma non c'è nulla da fare.

Mi attacco al: - Come mai a Mortara.-.
E salta fuori che il soggetto, in fase di separazione, si è trovato in difficoltà e quindi ha accettato la proposta di ospitalità di un collega, un altro, di Mortara appunto, che si è offerto di ospitarlo.
E quest'ultimo, udite udite, si lamenta perché è disordinato! Con gli altri, ovvio.

Eh già, siamo arrivati al momento clou, quello del motivo della separazione.
Uno dei motivi della separazione pare essere stato il fatto che la tizia in questione non fosse una casalinga abbastanza zelante, mentre lui è così preciso, così ordinato, così fiscale....

A questo punto mi sono suonate nel cervello le trombe del giudizio universale: luminoso come la scia della cometa mi è sorto alla mente il ricordo della mia amica Tatiana, e di un fidanzato della di lei madre, tanti anni fa. Lei era terrorizzata da questo tizio alto e antipatico che, per prima cosa, entrato in casa, passava il dito sullo scaffale più alto per vedere se aveva spolverato bene.

Io, giuro, non rispondo di me.

E così, offesa e mortificata, non mi sono più trattenuta e gli ho detto:- Ecco, un suggerimento, digli però di non dirla mai una cosa del genere perché non è affatto un bel biglietto da visita.-.

Potevo evitare, ma non sono più stata capace.

Quello che davvero mi ha offeso è quel supporre di conoscere qualcuno. Precisina? Ossessiva? Ma chi sei per dirlo.... Il fatto che mi ricordi quando mi scadono bolli, assicurazioni, documenti, eccetera, che mi urtino cose tipo schiacciare a caso i tubetti, aprire una cosa quando ce n'è un'altra cominciata e via dicendo, non significa che sia, per esempio, maniaca dell'ordine.
Semplicemente, sono grande e non sciroccata. E se lavori con i numeri non te lo puoi permettere!

Io sono stanca di gente che esprime giudizi su di me avendo un'impressione di me, e non una conoscenza. L'idea che do... Ma io non sono un'idea, sono una persona con una lunga storia alle spalle. E poi, che idea penosa, penosa, penosa sul serio quella di piazzare le persone come le polizze.
Tu che ne sai delle mie esigenze, dei mie desideri.
Io non sono brava, non sono ordinata, non sono pacifica, non sono simpatica.
Spesso faccio finta.
Per sopravvivere alla banalità del quotidiano.
Al cretino di turno, al perfido di turno, perché mi fa comodo passare per scema e per poco brillante, piuttosto che per quella iena che in realtà sono. Perché mi è più semplice far credere che io non entro in competizione.

Ma non è così.

Dulcis in fundo, mi fa:- Dai vediamoci domani pomeriggio, ah, no, lui non può, perché domani alle 6 gioca il Napoli...Eh sai il calcio....

Ma va ciapà di rat.
Ecco.
 
 
 
 

venerdì 27 settembre 2013


Svariate forme di violenza

Nell'immaginario collettivo l'idea di violenza è associata all'aspetto fisico della stessa, alle botte, agli insulti gridati, alle manifestazioni più plateali piatti rotti, porte scardinate.
 
Mi sono resa conto che non è così e che ci sono forme di violenza feroci quanto subdole, che si consumano in silenzio, che minano la sicurezza e l'identità di una persona, con effetti paragonabili a quelli delle altre, ma che raramente finiscono in ospedale.
 
Niente occhi neri, i danni restano circoscritti all'interno.
 
L'ignobile distruzione dell'identità di qualcuno, dell'autostima e della pace personale.
Allusioni, bei discorsi, silenzi opportuni, lunghe pause, tutto volto a mettere in discussione l'adeguatezza di qualcuno. Il copione è semplice, far intendere che, se si fosse diverse, se non ci si comportasse in un certo modo, o se si accettassero certe cose, si otterrebbe il tanto agognato amore dell'altra parte.
E' come precipitare sempre più giù, quello che fai/non fai, è sintomo di quello che sei. Quello che sei non va bene, non è abbastanza, o è troppo, o è sbagliato, o non è al momento giusto.
 
Il passo a credere di non essere meritevoli di quell'amore è breve: sei tu che non vai bene.
E inizia la tua discesa cieca verso gli inferi, fatta di rincorsa verso il nulla e di adeguarsi a qualsiasi cosa.
 
Ad assenze inaccettabili e colpevoli, a palesi bugie, a incredibili rinvii, a impossibili presenze ad assurde rinunce.
 
E' come scivolare nella nebbia, perdendo se stessi, e anche la strada.
Ricostituire un'identità disgregata non è né semplice, né tantomeno veloce.
Passa attraverso il ritrovamento della fiducia in se stessi e nelle proprie possibilità, nel futuro, ma anche nel presente. Ritrovare il senso di responsabilità verso se stessi, responsabili della propria vita e delle proprie scelte, e riservarsi il diritto di dire, in materia, l'ultima parola.
 
Ognuno di noi è meritevole di amore, restando ciò che è.
 
Infine, la domanda giusta è: - Tu ti comporti bene con me? Meriti il mio amore?-
e non: - Cosa posso fare per avere il tuo a tutti i costi.-

giovedì 26 settembre 2013

Concentrazione

Devo chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie, respirare profondamente e pensare solo ed esclusivamente a me. A quello che piace a me, a quello che davvero mi fa stare bene.
Eliminando tutti gli elementi di disturbo, tutti i ricatti, tutte le bugie.

mercoledì 25 settembre 2013

Fuoco alle polveri

Tutto comincia di fronte a un'innocuo caffè mattutino, oggi.
Pietro e io stiamo appoggiati al davanzale della finestra in corridoio, quando lui mi informa che stasera andrà a cena in questo ristorante sul lago, dalle sue parti, dove si mangia pesce, con una nostra ex collega. Una persona simpatica, con cui io non ho legato, ma non per gelosia, solo per mancanza di affinità caratteriali.

Il nostro eroe, solito a sbandierare a me i propri "impegni" con varie esponenti del gentil sesso, mi dice: - Dato che tu e Paola siete andate tutte e due in Giappone pensavo che fossi andata di nascosto con lei.-. Di fronte a quel di nascosto sono schizzata.

Gli ho detto: - Cosa vuol dire di nascosto? Ricordati che non è che devo rendere conto a te di niente. Mi dà fastidio questo rivendicare diritti che fanno presupporre legami che non ci sono. Interessi che non ci sono, e non dico solo sentimentali, anche di altro tipo. E' una lezione difficile da digerire, ma faticosamente l'ho imparata. Mi infastidisce questo essere possessivo, che senso ha?.-.

Lui l'ha presa sul personale, dicendo che era una cattiveria bella e buona, io gli ho risposto che non ero astiosa nei suoi confronti, insomma lui era così e amen, ma di smetterla con queste pantomime.

La cosa più inquietante è che lui continua a sentirsi in diritto di mantenere un rapporto del tutto asimmetrico, in cui lui ha tutti i diritti, uscire con tizia e caia e pure sempronia e controllare me con tanto di diritto di veto.

Ma la vera notizia è che, a me, non frega proprio proprio niente se va a cena con tizia caia o sempronia o con tutte e tre.
Mi sono stancata di questo vivere alla "mezza giornata" da eterni Peter Pan, giovanili e giovinotti con la barba bianca, di tutto questo svolazzare senza mai costruire nulla, e senza mai avere il coraggio di provare.

E' finito il tempo dei ricatti morali, è finito il tempo delle bugie, delle mistificazioni.




L'insostenibile leggerezza della nullità

Chi è il vero stupido?
Chi, secondo un'illuminata citazione, fa del male agli altri senza far del bene a se stesso.
In maniera del tutto gratuita.
 
Il mondo è, dunque, assai pieno di stupidi, che insieme agli idioti e ai cattivi, sono una vera pestilenza.
 
Ieri, la più grande nullità dell'universo ha esercitato il suo potere di squallido tirannucolo nel modo più bieco. Infierendo, cioè, contro chi tira avanti la baracca da anni, evidenza ancor più chiara negli uiltimi mesi. Passi il non riconoscere il valore e l'impegno degli altri, dato il suo assoluto disinteresse verso il suo prossimo e il lavoro.
 
Ma un barlume, neppure di intelligenza, ma proprio di scaltrezza, di spiccia malizia, tale da fargli preferire una falsa partecipazione ai casi umani altrui, e un blando apprezzamento del nostro lavoro, non c'è neppure quello....

Arrivato come una furia, in giornate ad alto tasso isterico, ci troviamo di fronte a un soggetto con evidenti squilibri mentali, palesemente psicotico, la cui cattiveria è stata esacerbata dall'evidenza della sua inutilità. Per mesi non c'è stato e il lavoro è proseguito senza scossoni e senza intoppi. Le riviste sono uscite, puntuali e ben fatte, i progetti sono proseguiti.
E' chiaro come il sole: lui non serve.

Ieri era in fibrillazione, come già vi dicevo, per la preparazione di una riunione a cui deve partecipare in questi giorni. Obiettivo, non raggiunto, progetto, questo sconosciuto, senza la sua coperta di Linus, Ivano, che tutto sa e tutto gestisce.

Come quelli che due ore prima dell'esame tentano di mettere insieme un po' di bigliettini.

Entra verso le dieci e ci sbologna la riunione, non prima di aver detto che il nostro lavoro non gli è piaciuto e che siamo molto regrediti in questo ultimo periodo.
 
Una balla colossale, ma tant'è, stiamo parlando di un uomo che ha fatto della bugia il suo stile di vita e che a furia di dirne non sa neppure più cos'è la verità.
 
Torna nel pomeriggio, dopo che ho spedito una mail con la proposta dei contenuti da trattare nel prossimo numero per cui non ho avuto alcun riscontro.
Probabilmente con l'intento di rovesciarci addosso la sua frustrazione prendendosela con qualche inerme sottoposto che non può difendersi come vorrebbe.
 
Entra in ufficio e lo accoglie un gelo mortale.
Un silenzio di cristallo, come fosse entrato un fantasma. Nessuno si gira, nessuno lo guarda, nessuno lo considera.
Io continuo a lavorare, per me non esiste, così pure gli altri.
 
L'indifferenza lo irrita parecchio, e torna dopo mezz'ora circa, affacciandosi astioso verso Michela, senza comunicare che vuole. La chiama fuori è la riempie di quello che sono, in bella sostanza, insulti. Le dice che non sta facendo il suo lavoro, che gli articoli mancano di spina dorsale (che detto a una persona da poco operata di ernia al disco è davvero una battuta di bassa lega). Insomma, un modo di votimare addosso del fango del tutto ingiustificato addosso a degli encomiabili lavoratori.
 
E proprio perché economiabili, sempre presenti, efficienti, bravi, lui ce l'ha con noi.
E ci rende la vita un inferno.
 
Ora, credo che non abbia avuto il coraggio di riversarci addosso il suo odio tutti insieme.
Per timore, timore che, quando la misura sarà davvero colma, ci alzeremo in piedi, chiuderemo la porta e inizieremo a pestare duro.

Ecco, mi sento svuotata.
Questo è il termine giusto.
E' da ieri che sono sostanzialmente svuotata.
Qualsiasi cosa faccia o non faccia non va bene, in modo del tutto arbitrario e senza senso.
Tutto l'impegno, la fatica, la dedizione profusa non valgono nulla, anzi.

E, quanto di peggio, non sto imparando nulla.

Sono in bilico tra la dedizione e l'etica lavorativa e un vero e proprio deserto emotivo, in cui, ormai, non c'è più rabbia, non c'è più astio, non c'è più nulla.
Dell'approvazione di uno stolto non mi importa nulla, ma almeno, dico io, vivere tranquilli.....